Contabilità nazionale

Le principali variabili che occupano la macroeconomia sono la produzione, la disoccupazione e l'inflazione. Altre variabili, strettamente collegate alla prima possono essere il consumo, l'investimento, le esportazioni, le importazioni, le aspettative degli operatori, la politica monetaria della banca centrale, la politica fiscale del governo.

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Contabilità nazionale
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Macroeconomia

Le interazioni tra le diverse variabili macroeconomiche sono studiate nel loro contributo alla determinazione di un equilibrio economico (di breve periodo -da qualche mese e qualche anno-, di medio periodo -qualche decennio- e di lungo periodo -circa un secolo-). Il fine è anche quello di prevedere gli scenari futuri (attraverso la raccolta e l'elaborazione dei dati), in modo che la politica possa intervenire per modificare, ove necessario, i trend (le tendenze) e perseguire taluni fini quali l'aumento dell'occupazione o delle esportazioni o il controllo dell'inflazione.

In questa lezione ci occuperemo delle prime tre variabili menzionate.

Produzione (PIL)

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Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in molti Paesi si cominciò a tenere un sistema di contabilità nazionale, ovvero un sistema per osservare quantitativamente l'attività economica di un Paese, secondo un ordinato schema di definizioni per costruire coerentemente le misure che indicano le quantità considerate. Il sistema di contabilità nazionale permette di misurare la produzione aggregata (ovvero "totale"), la cui misura è il Prodotto interno lordo (PIL), che indica il valore dei beni e servizi finali prodotti all'interno di un Paese. Esistono tre metodi, che sono necessariamente equivalenti fra loro, che consentono di calcolare il PIL di un Paese: due di essi guardano alla produzione, il terzo al reddito.

  1. Il PIL è il valore dei beni e servizi finali prodotti in un'economia in un dato periodo:
    In questo senso, il PIL è uguale alla somma dei beni prodotti e consumati all'interno dell'economia. Questo significa che non devono essere considerati i beni intermedi, ovvero i beni che vengono utilizzati per la produzione di altri beni (come l'acciaio nella fabbricazione delle automobili: il valore dell'acciaio, infatti, è intrinseco al valore delle automobili). Gli unici beni intermedi che possono essere considerati sono quelli che vengono esportati, poiché, uscendo dal sistema del Paese, diventano dei beni finali.
  2. Il PIL è la somma del valore aggiunto nell'economia in un dato periodo:
    Ogni impresa, in tutte le trasformazioni che apporta ai propri input, aggiunge del valore. Tale valore è semplicemente uguale alla somma del valore della propria produzione meno il valore dei beni intermedi utilizzati. La somma di tutti i valori aggiunti è uguale al PIL;
  3. Il PIL è la somma dei redditi dell'economia in un dato periodo:
    Si distinguono due tipi di reddito: quello delle imprese, denominato reddito da capitale o profitto, e quello dei lavoratori, ovvero il reddito da lavoro. La somma di tutti i redditi dà come risultato il PIL.

PIL nominale e PIL reale

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Nel 2003 il PIL degli Stati Uniti era di circa 11 000 miliardi di dollari, mentre nel 1960 esso era di "appena" 520 miliardi. Ne consegue che il PIL, in poco più di quarant'anni, è aumentato di 21 volte. In realtà questo è vero solo sulla carta: nella realtà parte del PIL del 2003 è aumentato in conseguenza dell'aumento dei prezzi, che ha, in un certo senso, "gonfiato" il valore del PIL. In entrambi i casi il PIL era calcolato a prezzi correnti, ovvero con i prezzi di quell'anno. Il paragone fra i due anni non ha molto senso, poiché dal 1960 al 2003, non è cresciuta soltanto la produzione statunitense, ma anche i prezzi. Si dice, in questo caso, che il PIL è nominale, ovvero a prezzi correnti.

Per ovviare a questo problema, si è soliti scegliere un anno base e tenere "fermi" i prezzi di quell'anno, applicandoli anche ai precedenti e ai successivi per verificare qual è stata realmente la crescita della produzione. La scelta dell'anno base è cosa abbastanza arbitraria: per gli Stati Uniti l'anno base è il 2000. Un PIL così costruito si chiama PIL reale, o anche a prezzi costanti.

Una tabella aiuterà a comprendere questo concetto. Prendiamo ad esempio una economia in cui si producono solo caramelle:

PIL nominale e PIL reale
Quantità Prezzo cad. PIL nominale PIL reale
1999 100 0,8 80 100
2000 110 1 110 110
2001 120 1,2 144 120

Come si può vedere, i dati fra PIL nominale e PIL reale, con l'eccezione del 2000, anno base, sono decisamente diversi.

Nelle nostre lezioni, indicheremo solitamente con "PIL" il PIL reale. In simboli:

  • Yt indica il PIL reale nell'anno t;
  • €Yt indica il PIL nominale nell'anno t.

Introduciamo anche una definizione di PIL pro capite: si tratta semplicemente del PIL diviso per la popolazione del Paese, e indica il tenore di vita della popolazione di quel Paese.

Infine, ricordiamo che con il termine "espansione", gli economisti intendono i periodi in cui il PIL ha un tasso di crescita positiva, mentre con il termine "recessione" si indicano i periodi in cui il PIL ha un tasso di crescita negativa.

Disoccupazione

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L'occupazione, in un dato Paese, è semplicemente il numero di persone che hanno un impiego. In negativo, la disoccupazione è il numero di persone che non hanno un impiego, ma che lo stanno cercando. Una persona che non ha un impiego e che non lo sta cercando, quindi, non è un disoccupato.

La somma di questi due dati dà la forza lavoro, che quindi è definita come:

L (forza lavoro) = N (occupati) + U (disoccupati)

Il 'tasso di disoccupazione u si ricava mettendo a rapporto il numero dei disoccupati con la forza lavoro, ovvero:

 

La costruzione del tasso di disoccupazione potrebbe non corrispondere alla realtà. Basti pensare al caso estremo in cui, in un Paese con alta disoccupazione, i lavoratori, scoraggiati, smettono di cercare lavoro, e decidono di non iscriversi alle liste di collocamento. Se tutte le persone che non hanno un lavoro smettessero di cercare lavoro, insomma, il tasso di disoccupazione sarebbe zero, il che non è assolutamente vero. Semplicemente, queste persone che hanno smesso di cercare un lavoro e che non sono occupate sono uscite dalla forza lavoro. Di solito, comunque, ad un aumento del tasso di disoccupazione corrisponde anche un aumento del tasso di partecipazione, ovvero del rapporto della forza lavoro totale sulla popolazione in età lavorativa.

Il tasso di disoccupazione è importante per due motivi:

  1. Innanzitutto, solitamente alla disoccupazione vengono associati problemi finanziari e psicologici. Anche se questo non è molto grave negli Stati Uniti, dove solitamente ogni mese molte persone perdono il lavoro, ma molte altre (circa il 30%) ne trovano uno, in Europa le cose già cambiano: un disoccupato europeo rischia di rimanere "a spass" molto più a lungo rispetto ai pochi mesi del lavoratore statunitense. Ovviamente, in entrambi i casi, vi sono gruppi di persone, come le minoranze, che sono perennemente disoccupate;
  2. Soprattutto, però, il tasso di disoccupazione può essere un ottimo indicatore dello stato di salute dell'economia di un Paese, ovvero se il Paese sta utilizzando al meglio le sue risorse. Un tasso di disoccupazione alto indica che c'è qualcosa che non va. Ma anche un tasso di disoccupazione basso può essere un problema, perché il sistema potrebbe utilizzare troppo la sua forza lavoro. Ma di questo ci occuperemo più avanti.

Inflazione

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Con il termine inflazione si indica l'aumento generalizzato e continuo dei prezzi. Il suo contrario, ovvero la diminuzione del livello dei prezzi, è la deflazione. Nel primo caso si ha un tasso di inflazione positivo, nel secondo tale tasso è negativo. Il livello dei prezzi viene misurato in due modi: il deflatore del PIL e l'indice dei prezzi al consumo.

Deflatore del PIL

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Il deflatore del PIL è definito come il rapporto fra il PIL nominale e il PIL reale, ovvero:

 

Il deflatore del PIL è un numero indice e pertanto non si può assegnare ad esso alcuna interpretazione. Più importante è il tasso di variazione del deflatore, che è uguale a:

 

Dal deflatore del PIL si può ricavare il prezzo medio dei beni che compongono il PIL stesso, ma può essere interessante verificare il prezzo dei beni che i consumatori consumano. I beni consumati possono notevolmente discostarsi dai beni prodotti, perché:

  • Un'impresa potrebbe non vendere ai consumatori, ma anche ad altre imprese, allo Stato o all'estero;
  • I consumatori potrebbero consumare beni prodotti non nel Paese, ma all'estero.

Indice dei prezzi al consumo

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Qui entra in gioco l'indice dei prezzi al consumo, ovvero il prezzo medio al consumo, ovvero il costo della vita. La costruzione dell'indice avviene attraverso un paniere di beni che vengono tipicamente consumati da un consumatore urbano. Ogni mese l'istituto nazionale di statistica (in Italia l'ISTAT) controlla in molte città italiane il prezzo dei beni che fanno parte del paniere e costruiscono l'indice dei prezzi al consumo (ICP).

Anche l'ICP è un numero indice, fissato a 100 nel periodo base.

Si può dimostrare empiricamente che il IPC e il deflatore del PIL si "muovono" alla stessa velocità (solitamente i due tassi differiscono dell'1%), ma vi sono comunque momenti in cui la differenza fra i due tassi è notevole (come è stato, ad esempio, negli Stati Uniti nel 1974, a causa della crisi petrolifera).

Importanza dell'inflazione

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In un mondo perfetto, ad ogni aumento dei prezzi corrisponderebbe un aumento dei salari di pari valore, sicché il potere d'acquisto non muterebbe. Questo fenomeno, noto come "inflazione pura", è tuttavia pressoché inesistente. Solitamente infatti, durante le fasi inflattive, i prezzi e i salari non aumentano in proporzione, quindi l'inflazione ha una grande importanza in termini di distribuzione del reddito. Inoltre l'inflazione è un importante distorsore: le variazioni dei prezzi, infatti, aumentano l'incertezza e quindi le decisioni vengono prese con maggiore difficoltà. Inoltre è importante anche a fini fiscali, nel fenomeno chiamato fiscal drag : è ovvio che se aumenta l'inflazione e le fasce d'imposta non venissero adeguate ad essa, un persona si ritroverebbe in una fascia d'imposta diversa, anche se il suo reddito reale non è mutato.

Tuttavia anche la deflazione comporta problemi, ma a differenza dell'inflazione, che crea problemi principalmente quando è fuori controllo, la deflazione è problematica anche quando è bassa, perché rende difficoltosi gli interventi di politica monetaria volti a influenzare la produzione. Oggigiorno si considera un tasso ottimale di inflazione quando è compreso fra 0% e 3%.