Dante Alighieri (superiori)

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Dante Alighieri è stato il più grande letterato italiano del Duecento. Uomo orgoglioso e consapevole del suo valore poetico, fu un'importante guida politica per i suoi contemporanei, nonché il primo teorizzatore, nel De vulgari eloquentia, della lingua italiana, il che gli valse postumo l'appellativo di padre della lingua italiana.

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Dante Alighieri (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 1
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 75%

Il sommo poeta nacque tra il 14 maggio ed il 13 giugno del 1265 a Firenze, come specifica Dante, sotto il segno dei gemelli: il poeta ci tiene a specificarlo perché nel Medioevo si riteneva che le stelle influenzassero la storia dell'uomo. È quasi sicuro che il suo vero nome fosse Durante, ma fu poi sempre chiamato Dante. Egli apparteneva alla piccola nobiltà cittadina, suo padre Alagherio, da cui prese il genitivo come era consuetudine nel Medioevo, era un commerciante, mentre la madre Bella degli Abati morì molto giovane. A seguito il padre di Dante si risposerà.

Gli studi di Dante si incentrano inizialmente sulla grammatica: da adolescente la studia da Brunetto Latini (uno dei massimi intellettuali dell'epoca e autore di enciclopedie medievali). A Firenze il poeta frequentò la scuola domenicana (Santa Maria Novella) e quella francescana (Santa Croce). Invece a Bologna, sede della prima università, studiò retorica. Considerare Dante come semplice letterato sarebbe riduttivo, egli non conosceva speciallizzazioni, la religione per lui era la cosa che collegava tutte le conoscenze.

Il poeta nella Vita nova afferma di aver incontrato per la prima volta Beatrice (che in verità si chiamava Bice Portinari, figlia del banchiere Folco Portinari e Cilia Caponsacchi) all'età di nove anni, però non sappiamo se fosse stato veramente così, perché Dante fa spesso ricorso nelle sue opere al numero tre e ai suoi multipli (tra cui il nove). Beatrice sarà la sua più grande ispiratrice, comparirà nella Vita nova e nella Commedia. Nonostante Dante amasse Beatrice, per volere del padre sposò Gemma Donati a 12 anni, nel 1275. Però il vero matrimonio avvenne dieci anni dopo. Colla moglie ebbe tre o quattro figli: Pietro, Iacopo (che insieme al fratello Pietro fu il primo commentatore della Commedia), Antonia e forse Giovanni. A ventiquattro anni, nel 1292, Beatrice morì. Questo fu un grave danno per Dante, che passò un periodo di depressione fino a quando non si consolò con lo studio della teologia e scrisse la Vita nova, una delle massime espressioni del dolce Stil novo (di cui lui stesso e altri poeti ne sono i fondatori).

Dopo aver combattuto come cavaliere inizia a partecipare alla vita politica iscrivendosi all'Arte dei medici e speziali: infatti a Firenze l'alta nobiltà era stata esclusa dalla politica, mentre i membri della piccola nobiltà potevano partecipare a patto che si iscrivessero ad una corporazione. Nel 1295 divenne membro del Consiglio dei Trentasei, l'anno dopo del Consiglio dei Cento. Nel 1300, invece, ottenne la prestigiosa carica del priore e ci fu il primo Giubileo della storia, organizzata dal papa Bonifacio VIII. In questo periodo Firenze era nelle mani dei guelfi, che si erano divisi in due fazioni:

  • guelfi bianchi, che bramavano l'autonomia della città
  • guelfi neri, che puntavano all'appoggio del papa per governare

Dante appoggiò i bianchi poiché voleva l'autonomia di Firenze ed era contro la politica espansionistica del papa attuale, Bonifacio VIII. Nel 1301 fu mandato come ambasciatore a Roma ma, in quel momento di distanza dalla sua città, Firenze cadde nelle mani dei guelfi neri. Dante ebbe una multa di 5000 fiorini e una condanna in esilio per due anni, ma gli fu confermata la pena del rogo dopo che non si presentò in tribunale. Inizialmente cercò di ritornare nella città natale alleandosi con gli altri esuli, però alla fine rinunciò perdendo la visione municipalista dopo che il tentativo di far riconciliare i neri e i bianchi del cardinale Nicolò da Prato, mandato dal nuovo papa Benedetto XI, fallì.

A Firenze Dante aveva lasciato tutto, perciò durante l'esilio dovette rifugiarsi dalle corti dei signori del nord Italia. Inizialmente chiese aiuto a Bartolomeo della Scala a Verona, poi continuò a spostarsi: è possibile che sia andato pure a Parigi. Durante il periodo dell'esilio scrive tutte le sue opere tranne la Vita nova. Si pensa che scrisse la Monarchia nel periodo dell'ascesa del re di Lussemburgo Arrigo VII, che morì prima di compiere il progetto di unificazione dell'Italia. Nella Monarchia Dante esplicita le sue idee circa la politica.

Una volta ritornato a Verona, viene accolto da Cangrande della Scala, che lo aiuterà molto. Nel 1315 Firenze concede il rientro degli esuli nella città a patto che pagassero un versamento e ammettessero il loro torto. Dante rifiuta la proposta sdegnatamente, gli fu confermata così la pena di morte.

Nel 1318 o 1320 giunge a Ravenna da Guido Novello da Polenta, un altro signore che aiuterà molti il poeta. Infatti qui Dante riesce ad ottenere un circolo di ammiratori e allievi.

Poco dopo aver finito la stesura del Paradiso morì a Ravenna, nel 13 o 14 settembre del 1321, ritornato da un'ambasciata a Venezia, dopo aver contratto la malaria. Fu seppellito a Ravenna nella chiesa S. Pier Maggiore (oggi S. Francesco): il suo sepolcro è stato spesso chiesto dai fiorentini invano.

L'opera più importante del padre della letteratura italiana è sicuramente la Divina Commedia. In latino sono scritti il De vulgari eloquentia e il De monarchia, mentre la Vita nova , il Convivio, la Commedia sono in volgare fiorentino, ossia in lingua italiana.

Vita nuova

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La Vita nuova è una raccolta di poesie scritte durante la gioventù accompagnate dal commento ed interpretazione in prosa dall'autore stesso. Spesso chiamata libello, il nome Vita nuova o Vita nova può avere un duplice significato:

  • vita nuova inteso come vita della gioventù
  • vita nuova, cioè rinata dall'amore

Si pensa che la Vita nova sia stata scritta dopo la morte di Beatrice (1292/93). È la prima opera di Dante e l'unica sua scritta a Firenze. Il romanzo autobiografico racconta dell'amore per Beatrice, narrata secondo una rielaborazione dantesca dello Stilnovo, in cui di primaria importanza sono i temi del 'saluto', col quale l'amata infonde sentimenti di beatitudine celestiale e della 'lode'. Dante riprende inoltre il concetto stilnovistico di nobiltà, mentre diverge dai dittami stilnovistici per quanto riguarda il ruolo della ragione nell'esperienza amorosa, asserendo che l'amore regna nell'animo da essa guidato. L'opera è costituita da 42 capitoli e all'interno di essa sono raccolte 31 poesie:

  • 25 sonetti
  • 5 canzoni (tra cui 2 incomplete)
  • una ballata

Dante si ispira da fonti pagane e cristiane, tra cui le Confessioni di S. Agostino, e modelli agiografici. Prende spunto pure da opere di autori latini come li De amicitia di Cicerone e il De consolatione philosophiae di Beozio. La Vita nuova e la concezione dell'amore di Dante riprendono la produzione stilnovistica di Cavalcanti e di Guinizelli: Dante da Cavalcanti prende la teatralizzazione e il saluto della donna, mentre da Guinizelli la figura della donna angelo e il concetto di nobiltà d'animo.

Convivio

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Il Convivio è un'enciclopedia costituita da commenti ad alcune canzoni allegorico-dottrinali, con i quali Dante si propone di raccogliere tutto il sapere umano (il scibile). Il nome, che deriva dal latino convivium, che vuol dire banchetto, è una metafora del sapere: il cibo rappresenta la conoscenza, di cui ogni uomo ne è assetato. Secondo Dante ogni uomo era assetato di sapere, ma molti per dei motivi non hanno la possibilità di istruirsi, perciò scrive questa enciclopedia in volgare, per farsi comprendere dal popolo. Si prefissò di scrivere quindici trattati, progetto che abbandonerà, fermatosi al quarto, in favore della stesura della Divina commedia. Dopo un primo testo introduttivo, gli altri trattati riguardano l'ordinamento dell'universo, la filosofia in rapporto con Dio e la questione della vera nobiltà:

  • I trattato. Funge da proemio ed è una dichiarazione di intenti costituita da 13 capitoli.
  • II trattato. Costituito da 15 capitoli, viene commentata la canzone Voi che'ntendo il terzo ciel movete e vengono ripresi temi trattati nella Vita nuova.
  • III trattato. Formato sempre da 15 capitoli, argomenta sull'amore commentando la canzone Amore che ne la mente mi ragiona.
  • IV trattato. Costituito da 30 capitoli, viene trattato il tema della nobiltà d'animo col commento della poesia Le dolci rime ch'i solìa.

De vulgari eloquentia

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Nel De vulgari eloquentia Dante approfondisce le tematiche linguistiche e letterarie già presenti nel Convivio. Originariamente prevedeva quattro libri, ma ci sono giunti solo il primo, completo, e tredici capitoli del secondo, più parte del quattordicesimo. Il nome dell'opera in italiano significa "sull'eloquenza in lingua volgare". La lingua scelta è il latino, la più diffusa nell'ambiente dotto, cui esso è rivolto. Dante scrive quest'opera per esaltare l'uso del volgare anche in ambito letterario, per dare un risvolto politico denunciando la necessità di un potere centrale e di conseguenza di una lingua unitaria.

Il primo libro è una trattazione sulle origini del linguaggio, in cui si individua nel volgare le lingua 'naturale' degli uomini, mentre nel latino una lingua 'artificiale', inventata per ovviare alle differenze linguistiche tra i popoli, sorte in seguito alla costruzione della torre di Babele. La prima lingua fu parlata da Adamo ed Eva. Dante individua quattordici dialetti italiani e cerca di individuare tra queste un volgare illustre, da usare in letteratura e politica. Gli attributi che deve avere un dialetto illustre sono le seguenti: illustre (capace di illustrare), cardinale (deve costituire un punto di riferimento per i parlanti), aulico o regale (deve essere usato in una reggia), curiale. Il dialetto più illustre non viene trovato da Dante, poiché in Itala mancava un potere centrale, di conseguenza una reggia e una lingua cardinale. Nell'opera una posizione di rilievo è occupata dalla teoria degli stili, secondo la quale lo stile di un testo deve adattarsi al contenuto del testo stesso. tre sono gli stili del medioevo:

  • alto, tragico
  • medio, comico
  • basso, elegiaco

Nel secondo libro l'autore spiega chi sono gli scrittori degni di utilizzare il volgare illustre, facendo esempi con quelli più importanti dell'epoca, i metri migliori per l'uso del volgare (canzone, sonetto, ballata), i versi migliori per la poesia volgare (endecasillabo e settenario).Inoltre viene trattato lo stie tragico.


De monarchia

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Il De monàrchia o Monarchia è l'unica opera teorica compiuta di Dante, è una riflessione sul potere in cui il poeta individua la necessità di un 'impero universale' a garanzia della pace e si propone di conciliare i due grandi poteri della sua epoca (l'impero e il papato) concludendo che al primo spetta il compito di condurre l'uomo alla felicità terrena, indipendentemente dal secondo, il quale invece dovrà portarlo a quella eterna. Non si sa quando fosse stata scritta, ma si suppone tra il 1310 e 1312, periodo dell'ascesa di Arrigo VII re di Lussemburgo in Italia. Infatti Dante vedeva in lui un possibile sovrano che avrebbe potuto unificare la penisola italiana, ma così non fu, poiché poi morì. L'opera è scritta in latino perché era dedicato alle persone intellettuali ed è composta da tre libri:

  • I libro. Dante espone le sue idee riguardo alla politica. Egli afferma la necessità di un potere centrale con argomentazioni di carattere storico-filosofiche. Secondo l'autore l'imperatore doveva detenere il potere temporale e possedere tutti i beni del popolo così da sconfiggere la cupidigia.
  • II libro. Viene spiegata l'origine divina del potere imperiale affermando che l'impero romano era stato pianificato da Dio per velocizzare la diffusione della religione cristiana.
  • III libro. Vengono argomentati i rapporti fra i due poteri universali del tempo (papato e impero). In contrapposizione della teoria del sole e della luna riportata nella bolla papale di Bonifacio XIII (che affermava la superiorità del papa sull'imperatore, poiché il papa era come un sole, che brilla di luce propria, mentre l'imperatore rea come una luna, che riceve la luce dal sole), Dante formula la teoria dei due soli. Questa affermava che sia il papa che l'imperatore brillassero di luce propria come il sole e che, quindi, ognuno indipendente dall'altro.

Dante nell'ultima parte del libro scrive che l'impero doveva avere rispetto verso il papato poiché aveva un compito eternatrice quasi per cercare di calmare le critiche gli verranno date dai filopapali. In modo non ci è riuscito, dopo la sua morte una copia del libro verrà bruciato pubblicamente, ritenuto eretico e Dante un filoimperiale dalla Chiesa.

La Divina commedia

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La Divina commedia è la principale opera dantesca, riflessione umana, esistenziale e morale sulla vita del poeta nonché specchio della società e politica medievale, alle quali sono rivolte frequenti invettive. La sua stesura è collocata fra il 1304 e il 1321.

L'opera è costituita da tre cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ognuna suddivisa in canti (34 per l'Inferno, uno in meno per le altre) formati da terzine (strofe di tre versi endecasillabi) a rima incatenata o terza rima dantesca in suo onore.

Del poema Dante è nel contempo autore, protagonista e narratore, investito della missione di ammonire i suoi contemporanei riferendo ciò che solo lui, consapevole di questo suo compito, ha avuto il privilegio di vedere. L'autore afferma di essere realmente andato nei tre mondi dell'aldilà.

La rappresentazione dantesca dei regni celesti trae spunto dalla concezione aristotelico-tolemaica del cosmo: la Terra si trova al centro dell'universo, avvolta dalle sfere dell'aria e del fuoco e dai nove cieli, mossi dall'amore per Dio, che si trova nell'empireo. Il pianeta è suddiviso nei due emisferi: al centro di quello boreale (compreso tra il Gange e le colonne d'Ercole) si trova Gerusalemme, ai suoi antipodi, nell'emisfero australe, è situata invece la montagna del purgatorio, col paradiso terrestre in cima; l'inferno è una cavità conica situata sotto Gerusalemme, all'opposto del purgatorio.

Secondo Dante gli uomini hanno il libero arbitrio di scegliere tra bene e male e vengono, se necessario, puniti seguendo la legge del contrappasso, secondo la quale la punizione viene assegnata per analogia col peccato in questione (per esempio i golosi vengono puniti mangiando il fango) o per contrapposizione (come gli indovini destinati ad avere sempre la testa rivolta indietro perché in vita vollero guardare troppo in avanti).

Nell'opera si trovano frequenti riferimenti ai poeti antichi ed alla Sacra Scrittura, mentre per quanto riguarda la filosofia Dante si rifà alla scolastica che si basa sul pensiero di Aristotele.

Secondo la teoria medievale dei tre stili, dal poeta enunciata nel De vulgari eloquentia, in tutta la Commedia il lessico, lo stile e il registro usati non sono uniformi, Dante usa sia un registro alto sia uno più basso; questo prende il nome di plurilinguismo e pluristilismo dantesco.

Altre opere

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Oltre alle opere più importanti già illustrate, esistono altre opere di paternità incerta attribuite da alcuni critici a Dante e altri scritti del poeta che non rientrano in nessuna opera organica da lui pubblicata, ma che sono attualmente raccolte da editori moderni. Le opere attribuite al poeta da alcuni studiosi sono le seguenti:

  • le Epistolae, che sono 13 lettere scritte in latino. La più importante è l'Epistola XIII dedicata a Cangrande della Scala, dove il poeta spiega lo stile comico e il Pardiso.
  • Il Fiore, quasi certo scritto da Dante, è una traduzione del Roman de la Rose.
  • Detto d'amore è un'altra traduzione del Roman de la Rose, ma riassunto.
  • Questio de aqua et terra è un trattato scientifico che si incentra nel dibattito circa il rapporto tra la sfera dell'acqua e della terra.
  • Le Egloghe sono due componimenti scritti in latino in versi esametri con lo stile delle Bucoliche di Virgilio. In questi versi ci sono le obbiezioni (forse di Dante) alle idee di Giovanni del Virgilio, maestro di retorica a Bologna, che consigliava al poeta di abbandonare il volgare ed utilizzare il latino.

Inoltre, le Rime sono il raggruppamento di tutte le altre poesie scritte da Dante non pubblicate in un'opera organica dal poeta. Le Rime vengono suddivise in cinque parti principali:

  • rime stilnovistiche.
  • Tenzone con Forese Donati.
  • rime allegoriche e dottrinali.
  • rime petrose, dedicate all'amore sensuale per la donna Petra.
  • rime dell'esilio.