Un approccio alla povertà

Sia nel nord che nel sud del mondo sono in vigore modelli economici che fabbricano poveri. Le ong di cooperazione, che godono della fiducia dell'opinione pubblica, devono far interagire maggiormente pubblico e privato nel segno della solidarietà e delle sicurezza internazionale.

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Un approccio alla povertà
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Storia del pensiero economico

Oggi più che mai non si può parlare di cooperazione, senza fare riferimento agli eventi del bacino del Mediterraneo. In tempi non sospetti, avevo avuto la possibilità di reagire a un'intervista su La Stampa del ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, che riportava un titolo stimolante: “Gheddafi ci apre le porte in tutta l'Africa”. Mi colpiva la sua affermazione, derivata dalle provocazioni del leader libico: «Occorrono fondi per lo sviluppo dell'Africa, e 5 miliardi sono anche pochi».

Ho avuto una reazione di incredulità. È il colmo! Penso che molti di noi sappiano degli impegni internazionali ampiamente disattesi da parte dei governi italiani che si sono succeduti in questi anni. Più avanti, il ministro affermava: «Noi vogliamo fermare il terrorismo dove si produce ed evitare che arrivi a casa nostra».

Siamo d'accordo con il ministro. Da tempo affermiamo che cooperazione e sicurezza internazionale sono le due facce della stessa medaglia; che investire in cooperazione è investire in sicurezza internazionale; che, se si creano possibilità per i giovani, essi tenderanno a migrare meno; che, se si produce sviluppo, si incide sulla crescita demografica; che, se le donne e le bambine non dovranno più camminare ore per assicurare alla propria famiglia pochi litri di acqua al giorno, ma avranno a disposizione un pozzo nel proprio villaggio, potranno dedicare tempo allo studio, e con l'acqua si potrà coltivare la terra e abbeverare il bestiame.

Paternità responsabile è cercare la speranza di un futuro per i propri figli: se non ci sono prospettive, è doveroso non arrendersi, magari indebitandosi per cercare fortuna e assicurare un viaggio il più regolare possibile. Il lavoro che, come Federazione di organismi cristiani di servizio internazionale volontario (Focsiv), da anni svolgiamo accanto a molti africani e africane di buona volontà, è costruire opportunità di un futuro locale possibile. Non lasciamoli soli. A meno di poche miglia marittime dalla Sicilia vive un continente sicuramente pieno di contraddizioni, ma nei cui confronti non vogliamo certamente costruire un muro di separazione, perché può diventare, come titolava La Stampa nel numero speciale dedicato all'Africa, “un'opportunità”.

Oggi, riprendo quel mio argomentare con molta amarezza, dovendo constatare la mancata lungimiranza dei responsabili del governo italiano e dell'Unione europea. Il fatto che le organizzazioni non governative sappiano da sempre che investire in cooperazione, ovvero in economia sociale, in una più equa ripartizione delle risorse economiche, in crescita di democrazia e del ruolo della società civile, è sinonimo di investimento in sicurezza internazionale, non è bastato a far sì che la politica cambiasse in tempo rotta e la smettesse di sostenere i tiranni del Mediterraneo, a scapito del futuro e dei sogni di tanti giovani nordafricani.

Forse, se la politica avesse cambiato in tempo rotta, sarebbe riuscita a intercettare ed evitare le rivolte che oggi stanno costando la vita a migliaia di cittadini, soprattutto libici, ma anche tunisini ed egiziani. Alla preoccupazione per quanto sta accadendo, si aggiunge la grande amarezza per il mancato impegno di chi, nel nostro paese, continua a pensare ai rapporti economici – certamente importanti! – ma nulla fa per far maturare rapporti di autentica cooperazione internazionale. Ci sconforta pensare che stiamo compromettendo tutti gli sforzi fatti da tanti in questi anni per promuovere la Comunità del Mediterraneo – vero e proprio laboratorio mondiale di convivenze –, presupposti per uno sviluppo equo e sostenibile dei popoli.

Faccio un esempio. Il Marocco ci chiede di collaborare per una crescita dell'economia sociale e solidale, ma il nostro ministero degli esteri risponde con la chiusura dell'unità tecnica della cooperazione italiana a Rabat. Ciò è disarmante. Non è solo il taglio delle risorse economiche che preoccupa, ma anche la miopia e la mancanza di volontà di fare sistema. Eppure, di esperienze da mettere a disposizione ne avremmo non poche.

Altro esempio. I dipendenti della Fiat di Torino sono circa 12.000. Altrettanti sono quelli del comune di Torino. Stessa cifra per i salariati del cosiddetto Terzo settore della provincia di Torino. Insomma, ci sarebbe tutta la possibilità di innescare una cooperazione tra comunità, intesa come espressione di un nuovo modo di concepire lo sviluppo equo e sostenibile tra i popoli, fondato su partecipazione, dialogo e rafforzamento delle capacità degli attori locali. Manca solo l'ingrediente della sussidiarietà a partire da noi italiani sul nostro territorio.

Chi si occupa del mondo reale, dei diritti e bisogni dell'uomo, chi è impegnato a creare sviluppo, avendo attenzione a non privilegiare modelli che troppo facilmente creano povertà, non può non sentirsi incoraggiato da quanto traccia l'enciclica Caritas in veritate sulle prospettive di relazioni tra comunità. È urgente adoperarsi per «configurare un modello di economia di mercato capace di includere, almeno tendenzialmente, tutti i popoli e non solamente quelli adeguatamente attrezzati» (39). «[...] Accanto all'impresa privata, orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali» (38).

Come non essere grati al card. Dionigi Tettamanzi, quando scrive: «Non c'è futuro senza solidarietà», e quando precisa: «La solidarietà non risponde solo a bisogni puntuali, bensì costruisce una società più giusta, più equa. È via irrinunciabile per poter sperare ancora nel futuro, per uscire dalle pesanti difficoltà presenti. A condizione che la solidarietà non sia un gesto episodico di alcuni, ma un atteggiamento condiviso».

Sfida culturale A questo punto, il lettore potrebbe chiedere che cosa c'entra questa disquisizione con l'approfondimento sulla cooperazione e, soprattutto, sul volontariato. Ho scelto di fare questa riflessione, perché devo dire che non avevo molto apprezzato il modo in cui Nigrizia aveva aperto il dibattito. Non ho la presunzione di voler affermare che il volontariato e le ong sono la panacea per la cooperazione allo sviluppo, ma neanche posso accettare superficialità esagerate. Potremo affrontare l'argomento in altra sede.

Voglio, invece, utilizzare queste righe per ribadire che bisogna ripartire dalla cultura per vincere le sfide del futuro. Il tempo presente è senz'altro articolato e complesso, ma è il nostro presente. La politica è lontana dalla vita pubblica. La cultura sembra rispondere al sentire della gente più che orientare il nostro pensare e il nostro agire al rispetto dell'uomo e alla qualità della vita. Nel mondo le ineguaglianze e le ingiustizie crescono invece di diminuire, e servirebbero un grande cambiamento e un'inversione di tendenza.

Non possiamo nasconderci alcuni dati macroscopici che rischiano di minare i rapporti con i paesi in via di sviluppo. L'aumento del loro debito estero è passato da 1.460 miliardi di dollari nel 1990 a 2.528 miliardi nel 2000, e a 3.624 miliardi di dollari nel 2008. La constatazione che stiamo vivendo modelli che creano povertà, tanto nel nord quanto nel sud del mondo, ci deve rafforzare nella determinazione che sempre più dobbiamo intraprendere percorsi culturali, rafforzare esperienze economiche, valorizzare impegni politici nella forte convinzione che non c'è futuro senza solidarietà. Per costruire il domani, per dare un'anima al futuro, dobbiamo dare voce a chi, nel nord e nel sud, è capace di suggerire (e costruire) soluzioni innovative.

La ricerca del bene comune delle comunità di appartenenza significa, in un contesto glocalizzato, sentire nostri i problemi irrisolti dei bambini che nel mondo non hanno accesso all'acqua potabile, e impegnarci per dare una risposta di giustizia, senza dimenticare che siamo chiamati territorialmente a sperimentare nuovi stili di vita e nuove relazioni tra comunità. Dobbiamo diventare più capaci di proporre una solidarietà lunga tra comunità, come espressione di un nuovo modo di concepire la nostra stessa vita.

Non dobbiamo arrenderci al fatto che la macchina del bene è inosservata; che giornali, radio e televisioni preferiscono riservare più attenzione al rumore dell'albero che cade che al silenzio armonico della foresta che cresce. Ci conforti il fatto che siamo sostenuti dalla fiducia degli italiani. Infatti, nel complesso, le ong e le analoghe associazioni di aiuto umanitario riscuotono anche nel 2010 – secondo il Barometro della solidarietà internazionale degli italiani, promosso dalla Focsiv con l'indagine statistica condotta dalla Doxa e il partenariato scientifico dell'Università di Padova – un livello di fiducia molto elevato (73%), che ci colloca al primo posto nella graduatoria dell'affidabilità stilata dagli intervistati.

Assolutamente consapevoli di non essere la panacea per la lotta alla povertà, ma anche convinti che non possiamo dimenticare la qualità dei risultati ottenuti in questi decenni, dovremo confrontarci maggiormente con il settore pubblico e con quello privato per costruire un approccio di “sistema”.

Gianfranco Cattai,
presidente della Federazione di organismi cristiani di servizio internazionale volontario (Focsiv)
Dibattito cooperazione: "Battere la povertà facendo sistema"
Da Nigrizia di maggio 2011: l'ultimo intervento del dibattito lanciato da Nigrizia