Etiopia - Eritrea: Guerra di parole

Approfondimento
Etiopia - Eritrea: Guerra di parole, per ora
di Luciano Ardesi, da Addis Abeba
da Nigrizia di giugno 2011
Dipartimento di Scuole
Dipartimento di Studi umanistici




Nuove tensioni

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Il primo ministro etiopico Meles Zenawi punta il dito contro Asmara: “Non assisteremo passivamente alle aggressioni”. L'ambasciatore eritreo all'Ua denuncia l'occupazione illegale da parte dell'Etiopia della città di Badme. Si riaccendono pericolosi focolai tra i due paesi del Corno, già in guerra tra il 1998 e il 2000. Ma le frasi minacciose servono anche per distogliere l'attenzione dai problemi interni dei due paesi.

Andare inizio alle ostilità è stato il primo ministro etiopico Meles Zenawi, il quale, il 5 aprile, in un intervento in parlamento, ha espresso la volontà di aiutare il popolo eritreo a sbarazzarsi del regime dittatoriale di Isaias Afwerki, al potere ad Asmara dal 1993. Zenawi ha accusato l'Eritrea di voler destabilizzare l'Etiopia, sostenendo i gruppi ribelli del Fronte di liberazione oromo (Olf) e del Fronte nazionale di liberazione dell'Ogaden (Onlf), come pure i movimenti fondamentalisti in Somalia. Se finora la difesa è stata "passiva", spingendo sull'acceleratore dello sviluppo del paese, oggi Zenawi giudica che sia giunto il momento di rovesciare il regime vicino. Ha precisato: «Non abbiamo intenzione di invadere il paese, ma dobbiamo estendervi la nostra influenza». In caso di attacco eritreo, ha promesso «una risposta proporzionale».

Proposte simili sono state riprese in una conferenza stampa, una settimana più tardi, da Hailemariam Desalegn, vice primo ministro e ministro degli esteri, che ha ripetuto l'accusa rivolta al regime eritreo di voler trasformare la capitale etiopica, Addis Abeba, in una nuova Baghdad, a causa della sua politica di destabilizzazione regionale. Del resto, il governo ripete regolarmente che il regime di Asmara è all'origine degli attentati degli ultimi anni nella capitale.

Non è certamente un caso che, il 20 aprile, i rifugiati eritrei presenti in Etiopia abbiano inscenato manifestazioni ad Addis Abeba e in altre località, chiedendo al Consiglio di sicurezza dell'ONU e alla comunità internazionale sanzioni più dure contro il regime di Afwerki. La televisione e i media hanno dato spazio all'avvenimento, che avrebbe coinvolto circa 60mila manifestanti, secondo gli organizzatori, discretamente sostenuti dal governo.

Gli accordi di pace

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Vent'anni fa, gli attuali leader dell'Etiopia e dell'Eritrea avevano trovato nella lotta contro il dittatore Menghistu, al potere ad Addis Abeba, un'intesa per abbattere il regime (maggio 1991) e per una separazione consensuale tra le due ex colonie italiane. Quel ricordo appare ormai lontano e quella stagione d'intesa ormai del tutto esaurita. Dopo l'indipendenza dell'Eritrea, si sono trovati ben presto su due versanti contrapposti. Dal 1998 al 2000 li aveva divisi una guerra per questioni di frontiera, che aveva fatto 80-100mila morti circa, e che si era conclusa con un accordo di pace firmato ad Algeri. Due successivi tentativi di chiudere definitivamente la disputa si sono conclusi senza successo, riaccendendo ogni volta la polemica. Del resto, la maggior parte degli analisti concorda con il fatto che la disputa territoriale nascondeva un complesso d'interessi divergenti, che proprio l'attuale ripresa della polemica ha il merito di far riemergere con maggiore chiarezza. Da questo punto di vista, i propositi di Addis Abeba non sarebbero potuti essere più espliciti.

La risposta eritrea è arrivata dopo un lungo silenzio, a fine aprile, nel corso di una riunione dell'Unione africana (Ua), che ha sede nella capitale etiopica. L'ambasciatore eritreo presso l'Ua ha respinto le minacce militari del vicino, denunciato l'occupazione illegale da parte dell'Etiopia della città di Badme, epicentro della disputa sui confini tra i due paesi, e chiesto all'ONU e all'Ua di costringere Addis Abeba a lasciare i territori occupati illegalmente. Respinta l'accusa che l'Eritrea abbia un piano per destabilizzare l'Etiopia, ha fatto di nuovo appello alle due organizzazioni internazionali affinché intervengano per porre fine alle minacce.

La guerra di parole nasconde non solo l'ormai consolidata rivalità tra i due vicini, ma anche le preoccupazioni e i conflitti all'interno di ciascun paese. L'Etiopia deve far fronte a una crescente contestazione. Un centinaio di membri dell'Olf, arrestati in marzo, sono stati trattati come terroristi, poiché il governo non li riconosce come opposizione. Sul terreno della disputa con l'Eritrea, il governo è incalzato dalla coalizione delle opposizioni, il Mederk, che chiede l'accesso al mare attraverso il porto (eritreo) di Assab. È un modo per l'opposizione per riprendere fiato. Ma Meles ha lanciato chiari avvertimenti alle opposizioni: non intende concedere alcuno spazio a dimostrazioni come quelle in Egitto. Ci sono tentativi di utilizzare i social network per aggirare il controllo dei mezzi d'informazione e la censura. Ma nessuno è certo che questi tentativi possano andare in porto. Del resto, a fine aprile, l'Etiopia è stata classificata dal rapporto dell'organizzazione americana Freedom House tra gli 11 stati in cui l'accesso a Internet è «non libero». Nel caso dell'Etiopia, questo dato va messo in relazione con lo scarso grado di penetrazione della rete nel paese (0,5% della popolazione).

Successi elettorali

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Il malessere politico è, tuttavia, palpabile dopo i risultati delle elezioni del maggio 2010, che hanno decretato la vittoria schiacciante del partito del primo ministro, che si è assicurato la totalità dei seggi, meno due, e la sua conferma al potere per la quarta volta. Memori della sanguinosa repressione seguita alle contestazioni delle elezioni del 2005 - oltre 200 morti e un'ondata di arresti che ha decapitato i loro dirigenti -, le opposizioni si sono ben guardate dallo scendere in piazza per chiedere l'annullamento del voto. Sull'onda di quanto sta accadendo nel Nord Africa, cercano di riguadagnare alcuni spazi di libertà, cavalcando anche il sentimento nazionalista. Ma nel paese c'è una certa indifferenza a questo tipo di appelli, da parte sia del governo sia delle opposizioni. La gente ha altri problemi.

Il piano di investimenti nelle costruzioni, che sta cambiando il volto della capitale, e la modernizzazione dell'agricoltura attraverso l'affitto delle terre agli investitori stranieri non portano i loro frutti se non a una porzione marginale della popolazione. A metà aprile, è stato reso noto il tasso ufficiale d'inflazione: 25% annuo. Un tasso alto, dovuto anche ai forti aumenti dei prezzi degli alimenti. L'Etiopia continua a rimanere agli ultimi posti nella classifica dei paesi in termini di Indice di sviluppo umano (Isu).

Tensioni ai confini

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Non mancano, infine, in Addis Abeba le preoccupazioni per ciò che succede ai confini nazionali, oltre a quelli con l'Eritrea. Prima delle elezioni del 18 aprile, che hanno confermato Omar Guelleh, Gibuti ha conosciuto la più grande contestazione della sua storia. La divisione del Sudan è seguita con particolare attenzione. Ai confini con il Kenya scontri tribali hanno provocato, all'inizio di maggio, 19 morti.

Ma sono sicuramente i fiumi - il Nilo in particolare - ad attirare l'attenzione del governo etiopico. All'inizio di maggio, l'esecutivo ha accettato di rinviare la firma del nuovo trattato sulla ripartizione delle acque del Nilo tra i suoi 10 stati rivieraschi, fino a quando non avranno luogo nuove elezioni in Egitto. Va ricordato che, in base al vecchio trattato coloniale, Sudan ed Egitto si accaparravano l'86% delle acque del bacino del Nilo. La scelta è stata ben accolta dal Cairo, che, a fine marzo, aveva dovuto incassare l'annuncio del governo etiopico dell'avvio dei lavori per la costruzione della "Diga del Millennio", sul Nilo Azzurro, da parte dell'impresa italiana Salini (vedi box). La diga si affiancherà all'altro progetto in avanzata fase di realizzazione, anch'esso affidato alla Salini: la diga GibeIII, che ha suscitato in Etiopia e all'estero una vivace opposizione a causa dell'impatto ambientale nella valle del fiume Omo e soprattutto sulle popolazioni che saranno costrette ad abbandonare i loro territori tradizionali.

Diga del Millennio

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Sarà costruita dagli italiani la più grande diga africana. Il 31 marzo è stato reso noto che l'impresa italiana Salini si è aggiudicata l'appalto di quella che è già stata battezzata "la Diga del Millennio". Il progetto prevede uno sbarramento sul corso del Nilo Azzurro, nella regione del Benishangul-Gumaz, a 700 km a nord-ovest di Addis Abeba, ai confini con il Sudan, e due centrali idroelettriche in grado di produrre 5.250 MW. Il valore della commessa è di 3.350 milioni di euro: il contratto più importante mai firmato da un'impresa italiana all'estero. La Salini opera da molti anni nel paese nel settore idroelettrico e dell'approvvigionamento dell'acqua. Il cantiere è stato inaugurato il 2 aprile. La produzione di energia elettrica dovrebbe iniziare nel settembre 2014.

Per finanziare il progetto il governo etiopico ha emesso obbligazioni e chiesto ai lavoratori di contribuire con un mese del proprio salario, suddiviso in 12 rate.

Forti le preoccupazioni di Sudan ed Egitto, i due paesi "a valle" della nuova diga, il cui impatto sul corso del fiume non è ancora conosciuto. L'invaso raccoglierà 62 miliardi di metri cubi d'acqua, il doppio del lago Tana, il più grande del paese e sorgente del Nilo Azzurro.

Addis Abeba ha assicurato che l'impatto sarà positivo, anche tenuto conto della minore evaporazione delle acque rispetto alle due grandi dighe che si trovano in Sudan (Jebel Awalia) e in Egitto (Assuan), e ha promesso di discutere con i due paesi dei reciproci vantaggi che il progetto potrà comportare. (l.a.)